Teatro dell’oppresso

Il Teatro dell’Oppresso nasce ad opera di Augusto Boal, uomo di teatro brasiliano che, negli anni ’50, comincia un percorso di ricerca esistenziale (attraverso i paesi del Sudamerica fino in Europa) e metodologico (partendo dal metodo Stanislavskij e dal teatro di Brecht, fino a forme analoghe allo Psicodramma moreniano), che approderà ad una forma di teatro politico e sociale nuovo, nutrito, dal punto di vista pedagogico, dell’opera di Paulo Freire: il Teatro dell’Oppresso (TdO).
Tra gli anni ’60 e ‘70, Boal si misura e sperimenta le limitazioni della libertà imposte dai regimi dittatoriali in Brasile e Argentina; successivamente si trasferisce in Europa dove incontra una differente forma di oppressione, quella psicologica tipica delle moderne società occidentali.
Il TdO si presenta come forma di teatro non convenzionale, con una forte valenza politica (anche se rifiut

Il Teatro dell’Oppresso nasce ad opera di Augusto Boal, uomo di teatro brasiliano che, negli anni ’50, comincia un percorso di ricerca esistenziale (attraverso i paesi del Sudamerica fino in Europa) e metodologico (partendo dal metodo Stanislavskij e dal teatro di Brecht, fino a forme analoghe allo Psicodramma moreniano), che approderà ad una forma di teatro politico e sociale nuovo, nutrito, dal punto di vista pedagogico, dell’opera di Paulo Freire: il Teatro dell’Oppresso (TdO).
Tra gli anni ’60 e ‘70, Boal si misura e sperimenta le limitazioni della libertà imposte dai regimi dittatoriali in Brasile e Argentina; successivamente si trasferisce in Europa dove incontra una differente forma di oppressione, quella psicologica tipica delle moderne società occidentali.
Il TdO si presenta come forma di teatro non convenzionale, con una forte valenza politica (anche se rifiuta la tentazione ideologica) ed educativa ed educativa. Nel TdO si sperimentano direttamente le “meccanizzazioni” corporee e comunicative che ognuno di noi sedimenta nella vita quotidiana e, attraverso l’incontro con l’altro, il soggetto intraprende un percorso di “coscientizzazione”, passo primo e necessario verso il cambiamento.
Il TdO non pretende di fornire alcuna verità, si propone piuttosto come pratica maieutica che spinge gli individui verso il dialogo e il confronto, verso la ricerca di risposte nuove e non stereotipate. Esso propone un insieme di tecniche con l’esplicita finalità di attivare processi di conoscenza e di trasformazione delle realtà oppressive.
Quasi sempre, le manifestazioni di Teatro dell’Oppresso sono caratterizzate da un clima e da toni che si avvicinano di più all’ironia che alla drammaticità: la relazione oppressori/oppressi non viene mai semplificata come contrapposizione tra buoni e cattivi o tra forti e deboli ma viene mostrata in tutta la sua complessità.

Tra le sue tecniche propone il Teatro Forum: performance che tende a realizzarsi in situazioni il più delle volte informali (teatro, strada, piazza, aula scolastica, centro sociale…), finalizzata al coinvolgimento attivo degli spettatori, ossia al loro intervento diretto sulla scena. Con l’aiuto di un conduttore (Jolly), il pubblico viene stimolato a “dire la sua” su un tema, o un nodo problematico, che viene rappresentato in scena. Non sono contemplati però dibattiti e discussioni: il pubblico, qualora voglia intervenire, deve coinvolgersi in prima persona, entrando in scena al posto degli attori e proponendo, nella piena libertà di agire, una soluzione possibile. Si tratta di un’occasione per sperimentare sia la capacità razionale di comprendere meglio le situazioni agendole direttamente sia di esercitare la capacità empatica che si realizza sul piano emotivo.

Nella prima fase si presenta lo spettacolo con il finale deciso dal gruppo degli attori; in seguito viene chiesto al pubblico se è d’accordo con le soluzioni proposte o se ritiene di poter aiutare i protagonisti a trovare altre vie di uscita. Il meccanismo di attivazione del pubblico agisce in virtù del potenziale di interesse esplicitato dal tema messo in scena: gli spettatori, identificandosi con il protagonista o sentendosi coinvolti dalla situazione rappresentata, interverranno per mostrare altre ottiche, altre possibilità di risoluzione e di cambiamento. La ricerca di soluzioni possibili avverrà tramite lo scambio tra attori e spettatori: ogni nuova idea diventa una sostituzione e viene provata in scena per verificarne i limiti, le potenzialità e gli effetti sul contesto.
Il metodo TdO, nato in contrapposizione all’intellettualizzazione dei problemi, si fonda sulla fiducia nella naturale teatralità umana e sulla tendenza artistica di cui ogni individuo è portatore. Partecipare ad un evento di TdO. significa quindi mettersi in gioco, prendere posizione, misurarsi con il rischio e con le proprie oppressioni; significa altresì sentirsi partecipi e contribuire alla ricerca di cambiamento.
Messa in gioco, cambiamento, apertura alla possibilità ed al rischio: sono le parole d’ordine di questo metodo.

Per approfondire:
Augusto Boal, Il teatro degli oppressi Ed. Feltrinelli, Milano
Augusto Boal, L’arcobaleno del desiderio Ed. La meridiana, Molfetta-Bari
Augusto Boal, Il poliziotto e la maschera Ed. La meridiana, Molfetta-Bari
Marigrazia Contini (a cura di), Il gruppo educativo, Ed. Carocci, Firenze – (saggi di A. Gigli e A. Zanchettin)
A. Gigli, A. Tolomelli, A. Zanchettin, Teatro dell’Oppresso e processi educativi, Le Bussole Carocci